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Ma quanto è micro il microcredito?
Ma quanto è micro il microcredito? La domanda serpeggiava a Halifax tra i duemila delegati venuti da tutto il mondo in rappresentanza di Microfinance Institutions, investitori europei e nordamericani, esperti e consulenti del settore, alla decima edizione del Microcredit Summit aperto alla presenza di Mohammad Yunus, fresco Nobel per la pace, al quale il parterre ha riservato una vera e propria ovazione. Nove anni fa, a Washington, il primo MicroSummit diede il la alla diffusione del microcredito a livello globale, quantificando gli obbiettivi per il decennio: far passare la platea degli utenti dagli otto milioni del 1997 (due milioni erano serviti dalla sola Grameen Bank di Yunus) a 100 milioni tondi. Tenendo conto che a ogni utilizzatore corrisponde una famiglia di sei o sette persone, ecco che avrebbero beneficiato del microcredito mezzo miliardo di esseri umani tra i più poveri del pianeta. Ma proprio qui sta il punto: il microcredito raggiunge i poverissimi?
Le cifre date in pasto alla stampa a Halifax celebrano un successo: sono 130 milioni gli utilizzatori di microcredito, e tra essi 85 milioni sono persone che vivono con meno di un dollaro al giorno. Ma conviene guardare con attenzione tra le pieghe di queste cifre. Salta agli occhi un dato: tra i poverissimi (quelli, appunto, che contano su meno di un dollaro al giorno) 4 su 5 vivono in Asia. Negli altri continenti (America latina, Africa, Pacifico, secondo la terminologia corrente) si direbbe dunque che i poverissimi non siano ancora coinvolti dalle metodologie di microcredito. C'è di più: in molti paesi asiatici le monete locali sono fortemente sottovalutate rispetto al dollaro, elemento che dunque cambia di molto le carte in tavola. E' per questo che ad Halifax il nuovo obbiettivo, per il 2015, recita sì la necessità di aumentare la platea degli utenti fino a 175 milioni e afferma con forza la necessità che la maggior parte di essi siano persone che guadagnano meno di un dollaro al giorno, ma specifica: parametrato sul potere d'acquisto delle monete locali.
Si prende atto dunque di come sia accaduto ciò che molti, tra i pionieri del settore, temevano, e denunciavano come in atto già da qualche anno. Il generoso tentativo di far entrare anche le banche tradizionali nel settore (la parola d'ordine in inglese era downgrading, ossia l'apertura verso il basso, verso ammontari prestati sempre più piccoli), ha sicuramente consentito l'accesso a servizi finanziari da parte di piccole e microimprese che prima ne erano escluse, ma ha concentrato l'attenzione degli operatori su tipologie di utilizzatori che sono ben lontani dall'appartenere alle fasce più povere dei paesi in via di sviluppo. Il pericolo è che anche le Microfinance Institutions originarie, dotate di forte missione sociale e capaci di rapportarsi davvero con i più poveri, siano indotte a alzare il tiro, cioè a prediligere utenti più solidi, meno poveri, ai quali prestare cifre più elevate. Non va dimenticato che fu l'ONU stessa a ricordare, in occasione dell'apertura dell'anno internazionale del microcredito 2005, che questo va inteso come uno strumento di lotta alla povertà estrema, e non come un mero esercizio di allargamento del mercato finanziario. Del resto un movimento verso l'alto (dal micro al piccolo, verrebbe da dire, o dai poverissimi ai meno poveri) si era già registrato da parte degli stessi finanziatori europei delle MFI operanti nei paesi del Sud. L'apertura di grossi fondi di investimento 'etico' in Europa e Nordamerica ha senz'altro contribuito a convogliare un maggior flusso di risorse verso il microcredito, e questo è un fatto. Ma, anche qui, ha contribuito a una sorta di selezione verso l'alto, privilegiando solo alcuni tra le più grosse e solide MFI (si usava dire, ancora un anno fa, che il 90% delle risorse mobilitate dai grandi fondi bancari finanziava solo i cosiddetti big five, le cinque MFI più grandi del pianeta).
Correzione dunque, è la parola d'ordine sottotraccia uscita dal MicroSummit di Halifax. Che non a caso ha indicato come priorità, dopo anni in cui tutti si sono concentrati sugli indicatori di stabilità finanziaria, quella di costruire una griglia di indicatori condivisi in merito alla valutazione di impatto sociale del microcredito: esercizio di valutazione che, fino ad oggi, è quasi clandestino.
I media internazionali, i giorni successivi all'assegnazione del premio Nobel a Yunus e alla Grameen Bank, riportarono commenti critici per il fatto che si trattasse del Nobel per la pace, e non per l'economia. Non sono d'accordo: il microcredito è uno degli strumenti attraverso i quali si correggono gli squilibri tra gli abitanti del pianeta, tra coloro che hanno diritto di accesso al credito e coloro che ne sono esclusi. Per questo è strumento di pace.
Andrea Berrini
Presidente di CreSud
berrini@cresud.it
(Articolo apparso su VITA 1.12.2006)
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